Data: 31/05/2017

Esperienza "Area Interna Sud Ovest Orvietano" al 4° Forum Nazionale

L'intervento del Sindaco di Orvieto (ente capofila)

 
COMUNICATO STAMPA n. 437/17 G.M. del 31.05.17 
L’esperienza pilota “Area Interna - Sud Ovest Orvietano” alla 4^ edizione del Forum della “Strategia nazionale per le aree interne” svoltasi ad Aliano 
• La proposta del Sindaco, Giuseppe Germani: “lavoriamo per un’Europa dei territori e non solo degli stati o delle regioni, attraverso un progetto politico che riconosca la specificità dei territori interni, realizzando i caratteri extra-ordinari e provvedendo a normative adeguate”
(ON/AF) – ORVIETO – Il Sindaco di Orvieto, Giuseppe Germani ha partecipato il 29 e 30 maggio ad Aliano (Matera) - realtà inserita nella “Montagna Materana”, una delle quattro Aree Interne individuate dalla Regione Basilicata per la sperimentazione della Strategia Nazionale per le aree interne (SNAI) - alla 4^ edizione del Forum della “Strategia nazionale per le aree interne”.
Evento promosso dal Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile e della European Sustainable Development Week (ESDW), l’iniziativa dell’Unione Europea per la promozione dello sviluppo sostenibile (30 maggio / 5 giugno 2017).
L’appuntamento, organizzato dal Comitato tecnico aree interne con la collaborazione del Formez, ha visto la presenza di professionisti impegnati sulla SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne). Vi hanno partecipato oltre al Ministro De Vincenti, Marcello Pittella, presidente della Regione Basilicata, Enrico Borghi, consigliere della Presidenza del Consiglio per l’attuazione della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), Ludovica Agrò, direttore generale dell’Agenzia per la Coesione Territoriale, Sabrina Lucatelli, coordinatore Comitato Aree Interne della Presidenza del Consiglio dei Ministri / Dipartimento per la Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, economista, ed Enrico Giovannini, portavoce Asvis, ha coinvolto 1.066 comuni italiani (la strategia nazionale, avviata nel 2014, interessa attualmente 71 aree) e che è stato incentrato sui servizi per i cittadini e il coordinamento ampio, ad ogni livello, dei Comuni.  Un luogo di approfondimento e, con riflessioni finali affidate alla tavola rotonda su “Le Aree Interne protagoniste del nuovo sviluppo italiano”
Dopo il primo Forum di Rieti che, nel 2013 aveva lanciato l’intervento strategico per le aree interne nell’ambito della programmazione 2014-2020, e quello di Orvieto del 2014 focalizzato sugli obiettivi specifici della SNAI, il Forum di Aliano ha fatto il punto sulla strada percorsa in termini di Strategie d’area approvate e APQ sottoscritti. L’iniziativa, inoltre, è stata l’occasione per riflettere su una nuova idea di sviluppo, quella che dà voce ai territori e alle comunità integrando vocazioni e tradizioni locali con l’innovazione.
Nel corso della due giorni che ha favorito la riflessione su una nuova idea di sviluppo che dà voce ai territori e alle comunità integrando vocazioni e tradizioni locali con l’innovazione, si sono tenuti incontri plenari e sessioni tematiche che hanno approfondito diversi aspetti: dalle opportunità offerte dal turismo alle green communities, dalle competenze digitali dei giovani delle aree interne alla prevenzione del rischio sismico. Si è discusso anche dei migranti e del loro ruolo come nuovi cittadini dei centri minori, di accesso alla terra e zootecnia innovativa.  
Nel corso del Forum si è parlato di associazionismo comunale che rappresenta uno dei pilastri della SNAI. La gestione associata dei servizi nei comuni delle aree progetto è, infatti, un pre-requisito per la loro ammissibilità alla Strategia e garantisce l’efficacia dei relativi interventi. Tra gli intervenuti il Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti, il consigliere del Governo per la Strategia aree interne Enrico Borghi, il direttore generale dell’Agenzia per la Coesione territoriale Maria Ludovica Agrò, il commissario Formez Marta Leonori, il portavoce Asvis Enrico Giovannini, Fabrizio Barca.
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“Il Forum – riferisce il Sindaco, Giuseppe Germaniè stata un’occasione utile per fare il punto sull’avanzamento della Strategia Nazionale e per affrontare una serie di tematiche cruciali sui territori: accesso alla terra, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale diffuso, inclusione anche nei confronti di migranti e nuovi residenti, tutela e gestione attiva del territorio”.
Nel suo contributo al Forum nazionale, il Sindaco di Orvieto (Comune capofila dell’Area Interna “Sud Ovest Orvietano”) ha ripercorso i principali passaggi della cosiddetta “redenzione dei territori”, partendo dalla ricerca condotta da INEA nel 1929 su “Lo spopolamento montano in Italia” che già allora indicava l’esigenza di preoccuparsi, oltre che della montagna, di quanto avviene nel resto del territorio, fino ad arrivare nel 2012 alla Strategia Nazionale delle Aree Interne. 
Nel corso dell’intervento il Sindaco ha poi sviluppato le problematiche relative a: quanto avviene nel resto del territorio, che cambiamento si intende conseguire con la strategia d’area, quali sono i risultati più rilevanti da seguire (demografia? risiedere? abitare?); risposte dalle quali dipenderà la sorte della Strategia Nazionale delle Aree Interne.
“Si può risiedere in un luogo senza abitarvi – ha argomentato il Sindaco - ecco perché il solo indicatore demografico non è sufficiente per stabilire se la nostra strategia è stata ben congegnata. Perché ciò che affligge le aree interne non è solo un decremento di residenti (registrati all’anagrafe) ma la precarizzazione dell’abitare. Come si fa a prendersi cura dei luoghi e delle comunità di persone al tempo della società liquida in cui non si siglano mai patti duraturi ma accordi a tempo, sempre rivedibili? Come si scrive un nuovo ‘patto di coabitazione’ quando gli interessi di parte di chi risiede in un luogo si trovano altrove?
Quale deve essere la nostra vocazione? Quella di diventare un territorio di produzione qualificata di donne e uomini che crescono e studiano in una sorta di ‘paradiso artificiale’ e poi salutano tutti per raggiungere le ‘città creative’ dove pulsa il cuore della tarda modernità? Oppure un ‘buen retiro’ per intellettuali, artisti, manager stremati da una vita prodigiosa e tuttavia defatigante? Oppure un esperimento dove tutto questo si tiene insieme dentro un progetto in cui 
c’è spazio per una comunità di destino che cambia la città e il luogo  in cui abita per cambiare anche se stessa? 
Tra i giovani Argonauti che se ne vanno, i Nomadi digitali che arrivano, c’è spazio per chi non è né Argonauta né Nomade? Qual è lo spazio, il destino di chi resta? Come ricostruire allora una comunità (sia pur provvisoria) in un contesto globale di accelerazione costante e di mobilità esasperata? C’è una parola che manca nella logica delle aree interne ed è: lavoro. Non possiamo lasciare alla sola combinatoria di mercato il compito della creazione di posti di lavoro nelle aree interne perché è lo stesso mercato che, in queste aree, ha decretato il suo sostanziale fallimento. Un tempo le nostre città, i nostri borghi erano abitati da artigiani, lavoratori, attività commerciali. Oggi si vedono solo negozi. Il lavoro è sparito.  Affrontiamo allora la questione dello sviluppo e dei suoi limiti”.
“L’uomo è la misura di tutte le cose – ha aggiunto – quindi come misuriamo i cambiamenti che riteniamo aver sollecitato con la strategia d’area? I cambiamenti oggettivi corrispondono agli ‘indicatori’, a numeri, percentuali e misurano l’efficacia di un intervento specifico; i cambiamenti qualitativi riguardano la mutazione di elementi culturali e sociali: la fiducia, l’attitudine alla collaborazione, l’apertura alle innovazioni, la curiosità, l’inclusione sociale, la felicità, ecc.
I cambiamenti oggettivi si misurano. I cambiamenti qualitativi no, però sono quelli decisivi. Quindi, il raggiungimento degli indicatori di risultato corrisponderà all’innesco dei cambiamenti qualitativi auspicati? C’è una qualche corrispondenza automatica tra le misure e il sistema che deve cambiare? NO. Le misure sono degli inneschi che producono un cambiamento persistente a condizione di poter sviluppare una strategia di medio-lungo periodo.
Allora: la Strategia Nazionale delle Aree Interne deve diventare stabilmente una forma di programmazione specifica di queste aree e deve poter prevedere la sperimentazione di forme di intervento pubblico destinato alla creazione di beni collettivi locali; significa mantenere aperto l’approccio ‘dal basso’ e partecipativo attraverso una forma di Consulta Strategica d’Area, un luogo dove elaborare, in libertà, idee, visioni e prospettive per i nostri territori; significa rivedere il sistema di programmazione dei fondi europei a livello regionale così da verificarne una loro compiuta ‘utilizzabilità’ ai fini delle necessità reali delle aree interne”. 
“Relativamente ai Fondi Strutturali UE Regionali – ha continuato il Sindaco - l’Italia, rispetto al resto della UE, è un paese anomalo perché secoli di storia, popoli e culture hanno determinato un unicum – il territorio – che mal si adatta alle misure previste dai fondi strutturale regionali. Noi sindaci conosciamo i nostri territori, sappiamo, o presumiamo di sapere, quali sarebbero gli interventi necessari a ridare linfa a terre esangui. La Strategia delle Aree Interne prevede riserve su misure del PSR, FESR e FSE e questa è una buona cosa. 
Tuttavia, l’adeguamento del ‘necessario’ (del progetto immaginato) al ‘possibile’ (i vincoli dei fondi strutturali) costringe ad un adattamento che talora rende irriconoscibile l’intenzione originaria.
E ciò per questa passione per la procedura autoreferenziale, per l’esattezza astratta che si disinteressa della ‘ragione di territorio’ da cui spesso risulta una mediazione incompleta e inefficace tra ciò che era necessario e ciò che è stato possibile”.
“A mio giudizio – ha sottolineato - le logiche di intervento sulle aree interne, poiché aree manifestamente irriducibili a logiche di mercato convenzionali, avrebbero dovuto affermarsi secondo una metodologia sperimentale anche in aperta violazione dei ‘divieti’ imposti dall’Unione Europea. Nella particolare condizione sociale ed economica delle aree interne, l’applicazione pedissequa dei meccanismi di mercato non funziona. Nel riconoscere una loro specificità, si doveva ancora riconoscere una loro ‘eccentricità’ rispetto alle normative vigenti. Il modello ‘una misura per tutti’ in queste zone produce deserti”.
“Durante la fase di animazione, e anche nelle fasi di stesura preliminare – ha poi precisato - ho constatato la presenza di tanti ‘stati nascenti’ imprenditoriali, di potenziali ‘start up’ che emergono in un limbo di attese e vane speranze. Molti talenti, nessuna risorsa. Poi le risorse, a volte, si trovano, ma non corrispondono ai progetti di quei talenti. A volte ciò che manca è proprio la disponibilità dell’investimento iniziale. Ma se le aree interne sono ‘zone speciali’ perché non sperimentare la costituzione di ‘comunanze produttive’ dotate di attrezzature e servizi per attività oggi non presenti o da anni scomparse?
Perché non avviare forme di condivisione produttive, oggi tanto decantate, così da rimettere in moto un’economia locale altrimenti destinata a premiare le rendite? Possiamo provare a realizzare dei ‘fablab’ - pagati da fondi pubblici - per l’agroalimentare e i mestieri della tradizione, condivisi e aperti alle start-up di giovani (e non)? Oppure vogliamo aspettare che gli automatismi del mercato facciano il loro corso?
Nel caso dell’Area Interna - Sud Ovest Orvietano, gli imprenditori locali, in particolare quelli che avrebbero potuto e dovuto approfittare della progettazione condivisa delle aree interne, sono stati poco reattivi. Probabilmente non siamo stati in grado di spiegare fino in fondo la strategia o avevano maturato aspettative esageratamente ottimistiche (che vuol dire finanziamenti a fondo perduto)? Il risultato è che progetti privati destinati allo sviluppo dell’imprenditoria locale non sono moltissimi, a riprova, di un problema che è economico, culturale e di visione. Negli ultimi anni si sono sviluppate piccole imprese nei settori più tradizionali (agricoltura, artigianato della tradizione) e con un forte taglio innovativo. In prevalenza, sono costituite da persone che vengono da fuori e che decidono di abitare nei nostri territori. Caratteristiche comuni a queste nuove esperienze sono le competenze accademiche e scientifiche dei conduttori, la forte passione per le cose che si fanno, la capacità di leggere il territorio e le sue dinamiche.
Queste realtà, rese possibili anche grazie ad una solidità economica e finanziaria pregressa, dimostrano che la pratica di uno sviluppo sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico è possibile anche in questi luoghi. E che è possibile tornare ad abitare questi luoghi. E che quando quella solidità non c’è, è necessario introdurla sia pure sotto la forma di ‘beni comuni’.
La dinamica delle relazioni tra le grandi aree urbane, i grandi poli di attrazione regionale o interregionali e le aree interne va ricostruita. Negli anni è saltato il secolare rapporto che legava città e campagna sia sotto il profilo produttivo sia umano. Le città, nonostante tutto, sono grandi attrattori di talenti, di speranze, di innovazioni. E lo saranno sempre di più.
La campagna, quella che approvvigionava la città, è dislocata in un altrove pervaso da una dimensione industriale. Cosa fare? Prendere sul serio la questione posta all’inizio: in relazione allo spopolamento non è possibile occuparci della sola montagna senza considerare ciò che avviene nel resto del territorio”.
“La narrazione proposta in questi anni va pure bene perché sostiene un immaginario positivo dei territori interni, delle piccole produzioni, dei borghi silenziosi immersi nei boschi – ha concluso - tuttavia non ci si può fermare allo storytelling. Attraverso un progetto politico che riconosca la specificità dei territori interni, realizziamo allora i caratteri extra-ordinari e provvediamo a predisporre normative adeguate. Per fare finalmente un’Arcadia non solo sognata ma vissuta, nella quale i borghi tornino ad essere abitati e non solo ristrutturati. Perché un paese vuoto è sempre triste, anche se oggetto di recupero. 
Va superato quanto di peggio è stato fatto in questi anni lavorando per un’Europa dei territori e non solo degli stati o delle regioni. Recuperando la terra, oggi incolta, alla produzione agroalimentare e riconoscendo a chi lavora un giusto compenso. Attivando misure ‘extra-ordinari’ per chi decide di restare in questi luoghi e di produrre, per sostenere la manutenzione del territorio, delle strade, degli immobili pubblici, dei servizi di interconnessione con le vie di comunicazione principali. Fare delle aree interne, dei luoghi del benessere che producono qualità agroalimentare, ambientale, sociale. Lavorare sulla felicità di chi sceglie di abitarvi, così da poterla riversare sui visitatori e su chi sceglie di risiedervi”.