Arte e conflitti in Asia Centrale in mostra dal 9 luglio al 2 ottobre 2005.
Espongono tredici artisti protagonisti di una nuova generazione centroasiatica che, avvalendosi dei media tecnologici e dei materiali tradizionali, affrontano i temi della violenza e del conflitto, dello sciamanesimo e dell'ISlam, delle metropoli già sovietiche e della "steppa eterna".
COMUNICATO STAMPA n. 380/05 G.M. del 06.07.05“La Sindrome di Tamerlano arte e conflitti in Asia Centrale” in mostra dal 9 luglio al 2 ottobre 2005, presso il Centro Espositivo di Palazzo dei Sette ad Orvieto
· A cura di Valeria Ibraeva, Enrico Mascelloni e Sarenco.
· L’inaugurazione Sabato 9 luglio alle ore 18,00.
Com’è potuto accadere che l’intera Asia Centrale - conquistata a tappe diverse e non senza sforzo dall’Impero Russo; difesa con i denti da quello sovietico - sia stata lasciata scivolar via in un breve volger di giorni? Perché le cinque Repubbliche ormai sovrane intrattengono tra loro relazioni spesso conflittuali ed a volte prossime alla guerra? Come si configura una nuova identità islamica in Asia Centrale nell’epoca di un conflitto che attraversa larghe parti del Medio Oriente, del Caucaso e del Sub-Continente Indiano ed in cui l’Islam radicale è un protagonista indiscusso? Il nuovo “Great Game”di cui straparlano un po’ tutti i commentatori è ben installato o è un gadget politico-letterario? La Sindrome di Tamerlano è una malattia cronica, mortale, infettiva o è semplicemente psicosomatica? La “Via della Seta” non è piuttosto la “Via dell’Oppio” o la “Via dei Conflitti”?
A rispondere o meglio ad attraversare questi temi sono gli artisti che, al Centro Espositivo di Palazzo dei Sette ad Orvieto dal 9 Luglio al 2 Ottobre p.v. danno vita alla mostra “La Sindrome di Tamerlano arte e conflitti in Asia Centrale”, patrocinata dalla Regione Umbria, dalla Provincia di Terni, dal Comune di Orvieto, dal Centro Studi “Città di Orvieto” e dall’Associazione Etneiro/Onlus.
La mostra che sarà inaugurata Sabato 9 luglio alle ore 18,00 è realizzata a cura di Valeria Ibraeva, direttore del Soros Center for Contemporary Art di Almaty (Kazakhstan) e principale studioso e animatore delle più audaci ricerche artistiche in Asia Centrale, da Enrico Mascelloni scrittore di arte e di geopolitica che, da anni, viaggia in Asia Centrale, in Pakistan, in Afghanistan e in Mongolia e da Sarenco, artista, poeta, gallerista e promoter dell’arte africana contemporanea e di quella dell’Asia Centrale; l’evento culturale è organizzato in colaborazione con Acas Services Mostre un nuovo gruppo attivo nel settore dell’organizzazione di eventi artistici che gestisce le mostre a Palazzo dei Sette.
Le opere di: Said Atabekov, Smail Bayalev, Muratbek Dzhumalev, Alimzhan Gorobaev, Gulnara Kasmaleva, Rhustam Khalfin, Roman Maskaliov, Erbosyn Meldybekov, Almagul Menlibaeva, Saken Narynov, Gennady Ratushenko, Georgy Tryakin-Bukharov, Alexander Ugai, spesso di grandi dimensioni, a volte vere e proprie installazioni, verranno allestite nelle sale di Palazzo dei Sette dagli artisti stessi.
Protagonisti di una nuova generazione centroasiatica, essi affrontano le questioni della violenza e del conflitto, dello sciamanesimo e dell’Islam, delle metropoli già sovietiche e della “steppa eterna” avvalendosi dei media tecnologici come il video e la fotografia, dei materiali tradizionali come il feltro, dei linguaggi canonici come la pittura e la scultura.
I drammatici eventi di questi giorni in Kyrgyzistan (la fuga del presidente Akaev, l’assalto alla sede del governo, la formazione di un nuovo esecutivo, una situazione fluida in pieno corso suscettibile di coinvolgere le Repubbliche limitrofe) e in Uzbekistan (il bagno di sangue che ha momentaneamente represso la rivolta di Andizhan nel cuore stesso dell’Asia Centrale: la valle di Farghana) mettono ancora in evidenza la centralità del conflitto in area centroasiatica.
La mostra La Sindrome di Tamerlano (arte e conflitti in Asia Centrale) è in preparazione da oltre un anno ed ha immediatamente accolto i nuovi eventi e gli stimoli di un processo in corso che è anche il tema della mostra. La maggior parte degli artisti kirgizi invitati alla Sindrome di Tamerlano sono stati, ed ancor sono, protagonisti e testimoni dei suddetti accadimenti. Delle manifestazioni a Bishkek, dell’assalto al Palazzo Presidenziale e di ogni altro evento di questi giorni hanno realizzato video e cicli di foto che costituiscono sia una nuova serie di opere sia una straordinaria testimonianza della “Rivoluzione dei Tulipani”. Tali lavori saranno documentati sia in mostra che nel catalogo.
La mostra presenta un mondo ancora pressochè sigillato alle curiosità politico-turistiche dell’Occidente (con l’eccezione parziale delle enclave turistiche di Samarkanda e di Buchara). In questo isolato laboratorio, la Sindrome di Tamerlano, ovvero la conflittualità come principale determinazione del mondo contemporaneo, è affrontata con una radicalità ed una tensione poetica che ha pochi paragoni altrove. Anche la recentissima “Rivoluzione dei tulipani” in Kirgizistan (Marzo 2005) è oggetto di un lavoro in forma di video, girato in presa diretta dagli stessi protagonisti durante le giornate di Marzo.
Il tema della mostra trova una drammatica conferma nel bagno di sangue che ha momentaneamente represso la rivolta di Andizhan (Uzbekistan).
Il catalogo, a cura di Skira editore, contiene la riproduzione di tutte le opere in mostra, i testi dei curatori arricchiti da moltissime foto inedite sui luoghi e sui recenti eventi e gli apparati bio-bibliografici
La mostra è aperta dalle 10.00 alle 13.00; dalle 16.00 alle 20.00 - Chiuso il Lunedì
I contenuti della mostra
Per i curatori della mostra Valeria Ibraeva, Enrico Mascelloni e Sarenco “Molti progetti di mostre e numerosi progetti tout court assumono ormai la tesi di fondo che dopo l’11 settembre il mondo risulti diviso in due. Il concetto è fondato, seppur non sembrava necessario attendere l’11 Settembre: il mondo è infatti diviso da secoli tra poveri e ricchi, musulmani e cristiani, candidi bianchi e varie gradazioni nere d’umanità. E’ però un dato di fatto che tali divisioni multiple ed antiche tornino a dominare la scena intorno al 1991, cioè quando il crollo dell’Unione Sovietica è l’ultimo grande atto di un Novecento terribile, sorprendente e articolato intorno ad un’altra polarità. Com’è noto, l’URSS consisteva di una parte europea’ Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, le Repubbliche Baltiche, le Repubbliche Caucaiche- ed una asiatica’ Siberia e Repubbliche Centrosiatiche- assai diversa dall’altra che risultava prevalentemente Cristiana e relativamente più ricca, mentre quest’ultima era relativamente più povera, legata all’Islam come religione tradizionale e ampiamente maggioritaria, priva di una tradizione statuale eppur capace di complesse alleanze nomadiche e seminomadiche, a volte in grado di darsi un’identità imperiale o più spesso regionale (al primo caso appartengono gli Unni guidati da Attila, i Mongoli dell’Impero Gengiskhanide, le conquiste di Tamerlano, le alleanze dei turchi seljukidi e Ottomani che dettero il colpo di grazia a Bisanzio; al secondo le miriadi di microentità tribali che arrivano sino ai Khanati di Khiva, di Buchara o di Kokhand che nel XIX secolo diventano facile preda dell’espansionismo imperiale russo e nel XX di quello sovietico)”.
“Alla vigilia del XXI Secolo, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, in Asia Centrale si forma una nuova costellazione di stati all’insegna del suffisso “stan”, che in Europa vengono facilmente confusi con il Pakistan, con l’Afghanistan o con qualcun altro dalla stessa musicale desinenza (Stan significa Paese dei’). I cinque nuovi Paesi che vivacizzano insieme ad altri la mappa politica del Mondo allo scorcio del secondo millennio Kazakhstan, Uzbekistan, Kyrgyzstan, Turkmenistan, Tadjikistan- erano le regioni più segrete e misteriose dell’ex Unione Sovietica, come un suo enorme retrobottega. In Kazakhstan era stato allestito un Cosmodromo, vi si tenevano regolarmente esperimenti nucleari, vi era situata gran parte dei Gulag (KarLAG) e delle miniere di Uranio; in Uzbekistan venivano sperimentate delle armi chimiche sull’isola di Vorozhdeniy; in Kyrgyzstan, sul lago Issik Kul, si sperimentavano nuovi sistemi d’arma per i sommergibili nucleari. Un’ulteriore eredità del potere sovietico, non meno gravosa, sono i presidenti dei cinque Paesi: tutti ex leader comunisti e tutti ancora al potere dopo quindici anni, la qualcosa prova l’estrema flessibilità (per usare un eufemismo) della loro prassi politica. Ognuno di essi è convinto di aver da solo garantito e ottenuto l’indipendenza del proprio popolo; ognuno è in competizione con i confinanti; e infine ognuno di loro sta costruendo un’identità nazionale piuttosto aggressiva”.
“Considerando il proprio stan’ come un feudo personale, sono impegnati senza soste a proteggerlo da modi di pensare, tecnologie ed informazioni inedite, per mezzo di una crescente militarizzazione all’insegna della “lotta al terrorismo”, che rimanda sia al passato sovietico che al desiderio di essere amici del paese più potente del mondo: gli USA. La stretta di mano del Kremlino è stata rimpiazzata o coadiuvata da quella della Casa Bianca. Le aggressioni si moltiplicano: impavidi soldati sorvegliano con attenzione i confini con le Repubbliche già “sorelle”, controllando i visti con accuratezza da connaisseur, pronti a falciare pastori disarmati o famiglie divise. I campi di mine sono installati senza risparmio; xenfobia e competizione nazionalistica sono ormai ben radicate”.
“La Sindrome di Tamerlano è il contrario della sindrome di Marco Polo. Partendo da Alessandro il Grande e Ammianus Marcellinus, Wilhem Rubruck e Bartolomeus Cremona, Giovanni di Pian Carpini e Jean de Marignoli, Benedikt Polyak, Andew Longjumeau e Marco Polo, l’Europa, come appendice ad un costante spirito di conquista e di esplorazione, ha sempre guardato con interesse turistico a città come Samarkand e Bukhara, simboli imperituri dell’Oriente misterioso ed enigmatico. Da parte sua, l’antico spirito turistico dei nomadi centroasiatici non ha trascurato l’India, la Cina, l’Ungheria, la Lituania, il Nord Italia. Tali “campagne” non erano propriamente “di conquista”, ma piuttosto una sorta di emigrazione di massa in cui il numero degli extracomunitari illegali risultava talmente alto che gli addetti alla loro regolamentazione avevano qualche problema a farvi fronte. Così i discendenti degli Unni continuano a vivere in Ungheria, laddove il nome turco del Paese è Majarostan. Non di meno la crudeltà dei capi nomadi è ben nota e certamente il più eccessivo tra loro è considerato, da lunga data, Tamerlano: il conquistatore di India, Iran, Afghanistan, Persia; morto sul punto di far della Cina l’ultimo e più ghiotto boccone. Testimoni degni d’attenzione ricordano la sua incredula rabbia, rapidamente operativa, alla notizia che da qualche parte ci fosse qualcun altro con uno statuto di Re. Tra i grandi conquistatori asiatici fu anche il solo a non mettere mai piede in Europa e tuttavia è universalmente noto come il più crudele tra i tiranni dell’Asia medioevale”.
“E’ ovvio che l’odierno spirito aggressivo dei nuovi stan’ non sia comparabile con il prototipo antico. Non da oggi il Paese più aggressivo è quello che si vuole il più civilizzato. La Russia eterna’ non sta a guardare e la nuova politica di Putin torna ad essere fortemente interventista. Da parte sua l’Europa più o meno unita lancia inutili appelli alla calma ed al rispetto dei Diritti Umani mentre non trascura le ricchezze della Regione. In tale percorso nessuno trascura il petrolio Kazakho, l’oro Kirgiso, il gas Turkomeno, cioè tutti quei beni’ che fanno degli odierni capi centroasiatici dei piccoli Tamerlano regionali. La sinergia tra la mentalità orientale e l’ideologia occidentale permette la dichiarazione decorativa dei valori democratici senza prestare la minima attenzione alle terrificanti condizioni di vita della gente comune, in steppe sconfinate’avvelenate da scorie nucleari e attraversate da fame e da torme crescenti di mendicanti. Percò non c’è da meravigliarsi che il nodo inaggirabile dell’arte contemporanea centroasiatica sia la minaccia di guerra e la povertà della stragrande maggioranza della popolazione, sia sul piano della continuità storica che come riflesso della situazione attuale!”.
“Gli artisti scelti per questa rassegna sono a nostro avviso concludono i curatori - tra i migliori dell’attuale scena artistica centroasiatica. Ve ne sono altri di notevole interesse e di pari talento, ma si sono privilegiati quelli più alle prese con i contenuti di cui sopra. L’evidente maggioranza di Kazakhi e Kyrgyzi sottolinea la vivacità di centri come Almaty e Bishkek, dove alcuni artisti sono stati capaci di ritagliarsi una sorta di spazio di riflessione tra il disastro che li circonda ed una libertà espressiva che sa far fruttare anche i nuovi linguaggi tecno-mediali di matrice occidentale, pur in contiguità costante con radici talvolta profondissime nella storia e nella cultura dell’Asia Centrale”.