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Il Sindaco, Stefano Mocio esprime il dolore della comunità orvietana per la morte del Papa.


Giovanni Paolo II, venne ad Orvieto il 17 giugno 1990, Festa del Corpus Domini, in occasione del 7° Centenario della Fondazione del Duomo.
Fu una giornata ricca, intensa, emozionante.
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COMUNICATO STAMPA n.159/05 G.M. del 03.04.05

Dolore per la morte del Santo Padre: Il Sindaco di Orvieto, Stefano Mocio, esprime il dolore della comunità orvietana.

Il Sindaco di Orvieto, Stefano Mocio a nome della comunità orvietana esprime profondo dolore e cordoglio per la morte del Pontefice, Giovanni Paolo II.

“Siamo certi di rappresentare il dolore e la commozione dell’intera comunità orvietana per la morte del Santo Padre, Giovanni Paolo II, questo gigante della fede e maestro di umanità protagonista degli ultimi ventisei anni di storia – afferma il Sindaco, Stefano Mocio – un uomo che si è rivolto agli uomini, dagli umili ai potenti, spendendosi incessantemente per la Pace, la Solidarietà, la Libertà e la Giustizia, avendo a cuore il destino dei più deboli e poveri del mondo. Concetti questi, in cui la nostra comunità si riconosce pienamente”.
“In questo momento molto triste – aggiunge il Sindaco - è difficile trovare le parole adatte a spiegare i sentimenti e gli stati d’animo che in questi giorni ci hanno accompagnato nella partecipazione agli ultimi momenti della sua esistenza terrena, un’esistenza segnata da una umanità straordinaria che in ogni angolo del mondo è stata raccolta e che da ogni parte del mondo ora viene testimoniata”.
“Un pontificato rivoluzionario e coraggioso il suo, da protagonista dentro la storia – prosegue il Sindaco, Stefano Mocio – un pontificato che ha rotto gli schemi secolari della Chiesa da ogni punto di vista, un pontificato caratterizzato da una vicinanza ed attenzione veramente eccezionali verso tutti, particolarmente proteso verso i giovani, l’umanità futura. L’attenzione all’uomo è stato l’elemento emergente dei tanti tratti del suo essere Papa, ed oggi, a livello mondiale e più ancora ai vari livelli periferici, la grande sfida di civiltà – e di Fede, per chi è credente - che tutti noi dobbiamo raccogliere, è quella di operare quotidianamente nella coerenza di questo grande messaggio”.
“Ricordiamo la sua visita alla Città di Orvieto il 17 giugno del 1990 in occasione dei settecento anni del Duomo – aggiunge il Sindaco – personalmente ero agli inizi della mia esperienza politico-amministrativa, ma ricordo nettamente la cura e la complessità dell’organizzazione di quell’evento straordinario per la nostra città: le misure eccezionali di sicurezza che furono adottate e pianificate già a partire dal mese di febbraio – il Papa aveva già subito l’attentato in Piazza San Pietro – che, francamente, stridevano con la quiete della nostra realtà, con l’indole tranquilla dei nostri concittadini i quali, per certi versi, si sentivano intimoriti da tutto questo. E invece, Giovanni Paolo II, si adeguò subito alle caratteristiche di Orvieto – una città a misura d’uomo - che nel Medioevo fu sede papale: quel 17 giugno 1990, festa del Corpus Domini, egli percorse a piedi le vie del Centro Storico in processione, portando l’Ostensorio”.
“Fu una giornata memorabile per Orvieto e per gli orvietani che si strinsero intorno al Pontefice – conclude il Sindaco. Ma Egli stesso non volle trascurare nessuno e, prima di tornare in Vaticano, volle sottolineare la sua presenza ad Orvieto andando ad incontrare i detenuti del Carcere di Via Roma”.
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17 giugno 1990: il Santo Padre, Giovanni Paolo II, fu ad Orvieto in occasione del settimo centenario della fondazione del Duomo.

Un cielo terzo d’inizio estate, un’aria tiepida come in un qualsiasi giorno di un qualsiasi giugno italiano. Ma ad Orvieto quel 17 giugno del 1990 fu un giorno speciale: alle 8,30 del mattino scendeva dall’elicottero, presso l’ex campo di via Roma, il Pontefice Giovanni Paolo II.
Ad attenderlo le autorità di allora: il Prefetto, Galluccio e il Questore, Joele, il Sindaco, Adriano Casasole. Orvieto era blindata: la memoria dell’attentato e il delicato momento internazionale avevano imposto alla città un inusuale spiegamento di forze di Polizia.
 
Già qualche anno prima il Vescovo, Mons. Decio Lucio Grandoni aveva espresso al Pontefice il desiderio di poterlo avere a Orvieto in occasione dei festeggiamenti per il settimo centenario della fondazione del Duomo.
Nonostante i numerosissimi impegni, il Papa esaudì il desiderio del Vescovo giungendo ad Orvieto in occasione della festa più importante e partecipata della città: il Corpus Domini.
Raccontano le cronache locali che il Papa, poco dopo l’arrivo, si recò all’interno del Palazzo dell’Opera del Duomo per vestire i paramenti sacri e poi celebrare la messa all’interno della Cattedrale, messa che Rai Uno trasmise in diretta. Alla messa erano presenti otto Vescovi umbri e altri tre giunti con l’elicottero papale dal Vaticano.
Nessuna visita, nessun intervento o discorso di Giovanni Paolo II è mai stato di circostanza o meramente formale: anche quel giorno, infatti, il Santo Padre durante l’omelia ricordando che era la seconda volta che si trovava ad Orvieto in occasione del Corpus Domini - la prima volta risaliva a quando era giovane studente a Roma - disse: “Oggi - per la seconda volta - debbo ringraziare la Provvidenza per questo percorso, questo itinerario della mia vita e della mia vocazione, tanto profondamente segnata dal mistero eucaristico. In questo luogo sacro, in questo mirabile santuario voglio affidare il mio itinerario fino a che il Signore mi permetterà di continuare”.
Poi aggiunse:“L’uomo sente il bisogno del pane vero. Ma quanto sono confuse le indicazioni che vengono da ogni parte! Accanto a chi intende offrirgli tale pane attraverso tale o talaltra ideologia c’è addirittura chi vorrebbe  dissuaderlo da tale ricerca. La risposta può venire soltanto da Cristo. Solo l’Eucaristia può dunque dare senso pieno e valore autentico all’esistenza (…). Non dimenticatelo mai, il Cristo che nutre sotto le specie consacrate è lo stesso che ci viene incontro negli avvenimenti quotidiani: è nel povero che tende la mano, è nel sofferente che implora aiuto, è nel fratello che domanda la nostra disponibilità e aspetta la nostra accoglienza. È nell’uomo, ogni essere umano anche più piccolo e indifeso.(..) Rinunciate all’individualismo e alle divisioni (..)”.

Dopo la messa partecipò alla tradizionale processione tenendo in mano l’Ostensorio; fu poi il momento dell’Angelus che il Papa pronunciò, insieme alla benedizione, affacciandosi dal terrazzo del Palazzo dell’Opera del Duomo. Raccontano i giornali di allora che, in Piazza del Duomo, c’era anche un piccolo gruppo di Messicani che lo acclamava rumorosamente. Il Papa, con la sua consueta ironia li apostrofò “Non siete molti, ma evidentemente avete una buona  voce!”.
Seguì il pranzo a la visita a sorpresa alle Clarisse e ai carcerati. Qui, davanti al Ministro della Giustizia Vassalli, si rivolse così ai reclusi:
“Abbraccio con affetto ciascuno di voi (..). Cristo vive in questa ostia come prigioniero. Non so se questa interpretazione sia teologicamente corretta, ma è così che amo vedere il Mistero eucaristico (…). Sono venuto tra voi per ripetere che Cristo vi vuole bene e mi fa piacere apprendere che il clima tra voi è improntato al reciproco rispetto e i vostri desideri, al pieno reintegro nella società civile. La mia preghiera e il mio affetto vi accompagnino nel vostro faticoso itinerario di redenzione.”  
La giornata si concluse con un piccolo “giallo”: la scomparsa del breviario del Pontefice, poi trovato in una delle macchine della scorta. Alle ore 16,30 l’aereo ripartì alla volta di Roma, lasciando a tutti l’impressione di aver incontrato un uomo che stava facendo la storia.   


 

 










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