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In via Ippolito Scalza si incontrano le alte mura dell'ex convento dei Francescani (oggi adibito a ristorante con ingresso da via Cerretti), che si stabilirono in questo luogo fin dal 1216. In Piazza Febei, si affaccia la Chiesa di San Francesco, interessante per il contrasto tra le forme romanico gotiche dell'esterno e quelle barocche dell'interno. Dopo un periodo ventennale di chiusura, durante il quale sono stati effettuati alcuni interventi di restauro per il problema delle infiltrazioni d'acqua dal tetto e per il consolidamento strutturale della facciata, è stata riaperta al pubblico nel maggio del 1999. Fondata secondo alcuni storici l'anno successivo alla morte del santo, ma più probabilmente nel 1240, nel luogo dove erano l'antica Santa Maria della Pulzella e l'attiguo convento dei monaci Benedettini, nel punto più alto della città, fu ampliata nel 1262 per volere di San Bonaventura, durante il periodo della sua residenza a Orvieto (1262-1264), e fu consacrata nel 1266 da Clemente IV. L'ampliamento fu in realtà un rifacimento, secondo i moduli delle chiese francescane del periodo, a navata unica, abside quadrangolare, copertura a tetto a capriate lignee. La navata è la più ampia delle chiese dei secoli XIII e XIV, misura infatti m 22,20, contro i più comuni m 21,10; la maggiore apertura fu ottenuta grazie ad una tecnica costruttiva originale - archi con conci progressivamente aggettanti verso l'interno, sporgenti di circa un metro lungo le pareti laterali - adottata anche in altre strutture architettoniche orvietane della seconda metà del tredicesimo secolo. Nella seconda metà del Cinquecento la chiesa subì modifiche nella parte interna, quando fu data la facoltà alle famiglie nobili di concorrere al rinnovamento della chiesa e fu aggiunta una serie di altari lungo le pareti laterali. Ma l'aspetto odierno dell'edificio è dovuto al restauro effettuato dal 1768 al 1773, durante il quale furono costruite le due serie di cappelle laterali comunicanti e la chiesa fu foderata secondo lo stile di un moderato e sobrio barocco. Le cappelle e gli stucchi nascosero la serie di affreschi che coprivano le pareti medievali della chiesa, ma uno, sfuggito a tale sorte, possiamo ammirarlo ancora oggi. Si tratta di un dipinto di Pietro di Puccio, lo stesso che eseguì vari lavori nel Duomo e in altre parti della città, la cui attività è documentata dagli anni' 60 alla fine del XIV secolo, che raffigura tre momenti della vita di San Matteo; il primo episodio rappresenta la vocazione di Matteo a Cafarnao, quando Gesù lo vide al banco delle imposte e gli chiese di seguirlo; nel secondo vediamo lo stesso santo che addormenta due draghi col segno della croce a Nadabar, ed il terzo raffigura San Matteo che resuscita la figlia del re d'Etiopia Ifigenia. Le figurazioni dei due ultimi quadri riproducono scene alquanto rare, mentre del primo è interessante il realismo con cui è dipinta la scena di San Matteo che mangia e le ciotole del cibo, il cui contenuto è difficile identificare anche se in una sembra di riconoscere il latte. L'affresco, segnalato da uno storico orvietano di fine '800, è stato ritrovato dal prof. Luigi Fratini nel 1999 dietro due armadi che coprivano la parete e che lo hanno salvato dalla distruzione e dal deterioramento. Restaurato dopo la riapertura della chiesa ha ritrovato i suoi vivaci colori ed è visibile, facendone richiesta al personale di custodia, nella cappella di sinistra, ricavata dall'unica navata durante i restauri della seconda metà del '700. Esso rappresenta uno dei primi fumetti della storia dell' arte, anche se le strisce contenenti le parole che fuoriescono dalla bocca dei personaggi sono per lo più illeggibili.
Risalgono allo stesso periodo anche la pseudo cupola di forma singolare che copre il transetto venutosi a formare con l'interruzione, prima della tribuna, delle due serie di cappelle comunicanti che restringevano l'ampiezza della navata, i tagli nelle pareti laterali per dare luce dall' alto all' edificio e l'accecamento delle bifore. Sono della chiesa originaria alcuni tratti delle mura perimetrali, la facciata a capanna, leggermente innalzata nel corso dei secoli, il portale con il fasciame in pietra locale bianca e rossa, i due ingressi laterali con porte ogivali, sopra i quali una fascia intonacata presenta tracce molto sbiadite di affreschi. Appartengono alla costruzione duecentesca anche i due rosoni laterali, mentre la finestra centrale è stata aggiunta in epoca barocca, anch' essa con materiale di recupero, dove probabilmente era un terzo occhio. La cupola della chiesa primitiva si può vedere ritratta nell' affresco della Cappella del Corporale della cattedrale, dove Ugolino d'Ilario rappresentò il momento in cui il sacerdote mostra al popolo il lino macchiato di sangue. L'interno è interessante perché conserva integro il rifacimento della seconda metà del Settecento, di un barocco moderato che preannuncia linee e motivi del neoclassicismo, dagli stucchi decorativi, agli arredi, al bel coro ad intarsi, opera pregevole di scuola modenese, la più famosa scuola di tarsie dell' epoca, mentre è del periodo medievale il Crocifisso ligneo (XIV secolo) di maestro Sottile, il cui nome fa certo riferimento alla sua maestria, che lavorò anche nella cattedrale. I testi delle lapidi, sia all' esterno che all'interno della chiesa, raccontano i fatti più significativi che avvennero in questa chiesa. Nell' edificio sono sepolti molti personaggi orvietani famosi, tra i quali Orazio Benincasa, primo capitano della rocca di Perugia, Lattanzio Lattanzi, vescovo di Pistoia, Ippolito Scalza, architetto orvietano, la cui tomba fu posta accanto a quella di San Luigi, ma che è andata perduta durante i restauri della seconda metà del XVIII secolo. Qui operò Morico d'Assisi, uno dei primi compagni di San Francesco, e fu sepolto nel 1236 Ambrogio di Massa, che fu tra i primi discepoli del santo. Sulla parete laterale sinistra esterna (visibile da via Lorenzo Maitani) è murato il frammento di una lapide in pietra bianca, rappresentante un braccio che tiene sollevata una sfera, dove si legge l'iscrizione in caratteri gotici NEL PIU A(LTU D'U)RVIETU IO STO, che, sebbene frammentaria, è chiaramente ricostruibile. Il testo si ritiene fosse inciso sopra la fonte nella quale terminava uno dei due rami dell' acquedotto che erogava l'acqua alla parte più alta della città, mentre l'altro riforniva la parte bassa del centro abitato e giungeva fino alla fontana della piazza del comune. Durante i lavori di ampliamento della chiesa la lapide dovette essere rimossa e, benché danneggiata, non fu mai distrutta, bensì conservata e murata nella parete della chiesa.
La parete laterale destra è stata inglobata nella parte inferiore del chiostro che, rinnovando le forme di quello primitivo fatto costruire da San Bonaventura, fu disegnato da Ippolito Scalza tra il 1580 e la fine del secolo; la scritta all'interno del pozzo testimonia la paternità dello stesso all' architetto orvietano. Il complesso appartenne ai Francescani fino al 1815 , quando furono trasferiti nel seminario vescovile (in via Lattanzi), per essere destinati l'anno successivo a Sant'Agostino, dove rimasero fino al 1860. Dal 1817 tutto l'immobile divenne di proprietà del comune, che assegnò il convento ai Gesuiti, i quali lo tennero fino alla loro partenza dalla città nel 1860. Dal 1878 al 1955 fu sede del Distretto Militare, poi il convento ha ospitato l'Istituto Tecnico Statale e Commerciale per Geometri ed oggi i locali intorno al chiostro, in avanzata fase di restauro, sono destinati a sede della moderna Biblioteca Comunale.
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