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Duomo

Interventi manieristi e restauri



Gerolamo Simoncelli, fresco di nomina cardinalizia otte­nuta come nipote del papa Giu­!io III del Monte e Vescovo di Orvieto sua città, era infervorato dalle idee intransigenti e batta­gliere alimentate dal concilio Tri­dentino e pensò di poterle ap­plicare in anteprima e in grande stile alla Cattedrale che, in un cer­to senso, aveva a disposizione.

Nel clima di rinnovamento dominante a Orvieto in quegli anni, non fu difficile per il ve­scovo trovare alleati disposti a programmare un intervento di avanguardia che, tenendo conto dei nuovi indirizzi dell'arte sa­cra decretati per reazione alla riforma protestante, trovasse nel Duomo il supporto presti­gioso per un rilancio efficace di quei riaffermati principi cristia­ni di cui la Santa Romana Chie­sa si riteneva unica interprete e depositaria.

Il programma era, forse al­l'inizio inconsapevolmente, molto ambizioso perché si trat­tava di reinventare forme di co­municazione 'moderne' per un messaggio che doveva ribadire vecchie credenze, lasciando immote le strutture di potere, ma fu sì originalmente elaborato che alcuni dei risultati ottenuti furono codificati e riproposti in operazioni analoghe: la 'pala d'altare', per esempio, così come fu ideata e realizzata in quell' oc­casione, diventerà un elemento tipico di tutte le chiese contro­riformate, in Italia e all' estero.

Il piano dell'opera fu varato nel 1556, con Gian­notto Simoncelli camerario del­l'Opera del Duomo e si approntò quindi un proget­to di completa ristrutturazione e trasformazione dell'interno del Duomo.

L'intervento, che nelle previ­sioni era così radicale da preve­dere anche la sostituzione delle colonne delle navate con altret­tanti pilastri, fu limitato nella parte strutturale, ma quella de­corativa che, date le finalità pre­fissate, era la più importante, fu pressoché conclusa in meno di trent'anni (1556-1582) con la realizzazione degli altari di con­trofacciata in patronato ai Mo­naldeschi, altra famiglia orvieta­na che primeggiò nel sostenere il rinnovamento di tutta la città.

In pratica furono costruiti nei dieci nicchioni delle navate e sulla parete interna della faccia­ta dodici grandi altari, unifor­mando i motivi architettonici e decorativi delle cappelle al re­sto delle pareti, proseguendo anche su di esse i cicli pittorici a fresco e le rifiniture in stucco.

Sugli altari giganteggiavano le grandi pale dipinte su tela, su tavola e anche su pietra, secon­do un programma iconografico che vedeva protagonista la fi­gura di Cristo, sempre in primo piano come taumaturgo nella Serie dei miracoli della navata sinistra e come uomo-Dio nelle Storie della passione della navata opposta.

Questo protagonismo del Cri­sto resuscitato dalla Contro­riforma, che offuscava il primato della Madonna Assunta, invase anche la facciata con i mosaici del Battesimo di Cristo sopra il portale di sinistra (1584) e della Resurrezione di Cristo sul fronte­spizio (1584), realizzato in aper­ta violazione del progetto origi­nario; di quest'ultimo mosaico, poi disperso e sostituito per ben due volte da riparatrici incoro­nazioni della Vergine (1714 e 1842-1847) resta solo il disegno inedito di Cesare Nebbia.

Per completare con coerenza e con la stessa forza d'impatto emotivo il ciclo cristologico delle pale d'altare, fu previsto con­temporaneamente di occupare visivamente anche la navata cen­trale con le colossali statue dei dodici apostoli, che per la mag­gior parte furono scolpite nella seconda metà del Cinquecento.

Nel nuovo cantiere del duo­mo si tornò così a respirare l'aria delle grandi imprese arti­stiche

 

Nella realizzazione del pro­getto fu coinvolta una schiera di artisti composta anche di forti personalità: tra i pittori i due fratelli Zuccari, Henrick van den Broek, Gerolamo Muziano, Nicolò Circignani detto il Poma­rancio, Giò Battista Regazzini e molti altri decoratori e stuccato­ri tra i quali Ferrando Fancelli, primo stuccatore del Mondo.

Tra gli scultori Fabiano Toti, Francesco Mosca (il Moschino), il Giambologna e Pietro Franca­villa, Giovan Battista Caccini, Francesco Mochi e Ippolito Buzi, ma i due personaggi, l'uno scultore e architetto e l'al­tro pittore, che non possono essere dimenticati - fu­rono Ippolito Scalza e Cesare Nebbia, che realizzarono molte opere (e insieme anche il grande organo) e che furono entrambi determinanti per la riuscita dell'impresa non solo per le loro qualità artistiche, ma anche per­ché come orvietani assicuraro­no, con la loro presenza vigile per oltre mezzo secolo, quella continuità d'intenti indispensa­bile per un esito positivo.

Ma la sfortuna critica che ha colpito lo Scalza e il Nebbia spe­cialmente nell'ultimo secolo non è stata casuale, bensì la conse­guenza di una più vasta congiu­ra nei confronti del manierismo e di una contingenza locale che portò nel 1877 alla incredibile decisione di cancellare tutto l'ap­parato decorativo cinquecente­sco dal Duomo di Orvieto abbat­tendo gli altari, polverizzando stucchi e affreschi e asportando pale d'altare e statue.

Dal 1877 al 1891 tolti gli altari nelle edicole sulle fiancate del Duomo, tornarono alla luce frammenti di affreschi datati tra il XIV ed il XV secolo.

Oggi è quasi unanime la con­danna degli storici dell' arte e dell'architettura per quello scia­gurato ripristino,

 

Alla  fine del Settecento, con i restauri della facciata con­dotti da Giuseppe Valadier (1796-1805), si può porre l'inizio dell'ultima fase di interventi sul Duomo, fino ai nostri giorni.








 
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