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A questo gruppo marmoreo di quattro figure pare lo Scalza lavorasse fin dal 1570, ma la data e la firma sono del 1579. Il corpo del Cristo par che aliti ancora sottilmente; sta disteso di scorcio, fino alle coscie, sulle ginocchia della Vergine seduta, ed è sostenuto sotto l'ascella dal braccio e dalla mano della Madre; nella perfetta armonia delle sue forme pesa, gravita sugli amorosi sostegni come quando veramente i muscoli non si contraggono, non si accavallano più. La testa, riversa sulla spalla, la fronte che par madida di sudore mortale, gli occhi già chiusi, la bocca sémiaperta e dolorante, la muscolatura del collo, inertemente tesa dal peso della testa, furono certo plasmate da una mano che creava, seguendo il ritmo d'un poema straziante di martirio. Il poco sangue rimasto nel bel corpo, che la tortura uccise ma non profanò, gonfia leggermente le vene dei piedi e delle braccia e quasi fila ancora per le vene del braccio destro, che pende giù e sembra debba muoversi e dondolare solo ad un sussulto ad un singhiozzo della Vergine. La Madre dolorosa ha segnato nel volto, la indicibile lotta tra il dolore umano di Madre e la devozione di Vergine consacrata al suo Divino Figliuolo. Chi potrà mai dire se essa, levando la sinistra come a deprecare, esprima con sublime dignità rammarico e lamento o non piuttosto compatimento o rassegnata benedizione ai voleri dell' Eterno? La Maddalena, a sinistra della Vergine, stretta a lei come ad un rifugio e ad un porto, sembra voglia farsi sostenere anch' ella dalla Madre pietosa, ed accosciata, in ginocchio, nel corpo abbandonato, nei lineamenti consunti di donna sensuale, negli occhi cerchiati di pianto e di macerazione, ella, la bellissima donna dalle mirabili chiome ondulate, cerca con la sua guancia il contatto della mano trafitta del dolcissimo Maestro. Sulla guancia, ella porterà un marchio rosso di sangue, perciò con la destra solleva ed accosta e si fa premere tra la tempia e la guancia la mano ferita del Cristo, mentre con la sinistra sostiene un poco, quasi a diminuirne il peso ed il dolore, uno dei piedi lacerati dai grossi chiodi. Lo Scalza intese mirabilmente la Maddalena, donna carnale pentita e fatta pura e devota nella sua carnalità. Il sentimento umano diede all'artista la concezione insuperabile, il sentimento religioso ne moderò l'espressione e la rese quale è, dignitosa e purissima. Un discepolo, il leggendario Nicodemo, dalla barba fluente, eretto nel fondo, sorregge con largo gesto del braccio sinistro la scala e il martello, tiene nella destra, che si ripiega sul petto, le tenaglie ed i chiodi, e volge uno sguardo d'infinita pietà alla testa del divino Maestro, riversa all' indietro nell'abbandono e nello spasimo della morte dolorosissima. Dicono che nel blocco sia mancato all' artista il marmo per scolpirvi la Croce. Piuttosto lo Scalza stesso non volle che l' istrumento della suprema tortura funestasse ancora la scena, che doveva suscitare nel popolo la stessa meditazione di devoto e tranquillo dolore meditata dall'artista fin dal primo concepimento e nella esecuzione dell'opera. Forse, mettendovi la Croce, sarebbe caduto in un errore di senso e di sentimento, analogo all'altro che egli sapientemente evitò segnando soltanto di un foro e di un taglio, con poche goccie di sangue, le trafitture dei chiodi nelle mani e nei piedi del Cristo e lo squarcio della lancia nel costato, senza mettervi traccia di troppo veristiche e disgustose lacerazioni, e non lasciando su queIla purissima fronte la vergognosa e martirizzante corona di spine, ch' egli invece scolpì caduta giù dalla testa al disciogliersi dei capelli, fluenti nell'abbandono della morte. L'artista concepì oltrepassato il martirio e solo presente ed inspirante pietà infinita il dolore. Il sentimento che domina, è di una profonda concezione devota, ma più realistica ed umana che ascetica e mistica. Appena terminato di scolpire quel gruppo, che egli chiamava: «immagine della Pietà», lo Scalza riprometteva (1580) di indicare egli stesso ai Soprastanti dell'Opera il luogo più adatto della cattedrale per esporla alla venerazione dei fedeli con qualche ornamento intorno; ma allora l'immagine provvisoriamente fu posta nella Cappella Nuova, avanti alla Cappellina che s'apre nella parete occidentale, dove il Signorelli aveva dipinto la sua Pietà. Lo Scalza invece pare che desiderasse di veder posto il gruppo sopra l'altare maggiore della Cattedrale, ma non lo contentarono, e otto anni dopo, egli, lamentandosi che l'immagine della Pietà fosse alla mercè di tutti, tenuta come uno straccio, non potendo ottenere che almeno la si mettesse nella Cappella del Corporale, chiese che almeno gli si permettesse di farvi un poco di ornamenti intorno e di costruirvi avanti un altare e di circondarla con una cancellata. Ma se forse allora vi fu fatto l'altare, che fino agli ultimi tempi vi restò innanzi, non lo accontentarono quanto alla custodia: infatti solo nel 1590, dietro suoi nuovi lamenti, fu deciso che, quando non vi si esercitava il culto, la Cappena Nuova rimanesse chiusa per riguardo della mirabile scultura, e nel 1597 si pensava di darle, per maggior devozione, una nuova sede e più adatta, e nel 1607 si decideva, ma senza effetto, di porla sopra l'altare maggiore della chiesa. Solo nel gennaio del 1617, pochi mesi avanti che lo Scalza morisse, si stabiliva di porre ferrate e cancelli a salvaguardia della Pietà, che, sebbene posta sull'altare, veniva toccata dai devoti tanto da far temere danni. E la Pietà per lungo tempo rimase nella Cappella Nuova, dove l'altare postovi innanzi soddisfaceva in qualche modo la devozione del popolo ed appagava in parte il desiderio dell'artista, quel desiderio per il quale nessun rispetto si ebbe negli ultimi restauri, quando, da chi non capiva quale stolta deformazione si faceva al concetto, al sentimento, alla volontà dello Scalza e quanto ne avrebbe scapitato lo stesso valore artistico e spirituale dell'opera, l'altare fu rimosso come un inutile ingombro.
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