|
All'inizio del Quattrocento fu deciso, come si era fatto in precedenza per la cappella del Corporale, di utilizzare i contrafforti e gli archi rampanti costruiti dal Maitani per aggiungere al duomo un'altra cappella, la Cappella Nova o di S. Brizio, i cui lavori saranno conclusi nel 1444, ponendosi allora il problema della decorazione. Tra i pittori famosi del tempo la scelta cadde sul Beato Angelico col quale l'Opera del Duomo stipulò un contratto nel 1447, e nello stesso anno il pittore si trasferì a Orvieto con la sua équipe, di cui facevano parte Benozzo Gozzoli e altri aiuti ai quali si aggiunse l'orvietano Pietro di Nicola Baroni. Il tema degli affreschi stabilito con l'Angelico fu il Giudizio Universale - non nuovo nella cattedrale orvietana - e i lavori iniziarono subito, ma subirono un'interruzione dopo che furono dipinti i costoloni delle volte e soltanto due vele, quelle con il Cristo Giudice e con il Coro dei Profeti. Passeranno cinquant'anni esatti (1449-1499) perché dopo qualche perplessità sulla scelta del pittore si affidasse a Luca Signorelli l'incarico di completare un'opera appena iniziata. Luca Signorelli giungeva così in Orvieto con fama di “ famosissimus pictor in tota Italia”. Il tema naturalmente rimase lo stesso e, almeno per le altre vele delle volte (per due delle quali l'Angelico aveva fatto anche i disegni) rimase inalterato anche l'impianto compositivo, ma il programma iconografico delle pareti fu certamente rivisto e modificato dal pittore cortonese sulla scorta delle precise indicazioni di teologi quasi sicuramente domenicani e umanisti come Antonio Albèri, che trasferì la sua biblioteca proprio accanto alla cappella e la fece decorare con i ritratti di scrittori antichi, i cui nomi ebbe l'accortezza di far iscrivere, ciò che non avvenne nella cappella neanche per gli Uomini illustri rappresentati sullo zoccolo. Il Signorelli completò innanzi tutto le due vele mancanti sulla volta iniziata dall' Angelico, dipingendovi simmetricamente rispetto a quelle esistenti i Simboli della Passione e il Coro degli Apostoli; poi si occupò della volta verso !'ingresso e, usando lo stesso schema piramidale, dipinse lungo l'asse principale della cappella l'Esercito dei Martiri e la schiera delle Vergini con ai lati il Ceto Nobile dei Patriarchi e il gruppo dei Dottori. Avendo a questo punto dimostrato di essere all' altezza dell' incarico affidatogli ottenne maggior fiducia e libertà per affrontare nel 1500 - a metà del millennio - le tematiche più creative e anche più umane collegate al Giudizio divino da dipingere sulle pareti. Dividendo con accorgimenti prospettici in due parti le superfici delle pareti, Signorelli predispone scenograficamente al disopra del cornicione orizzontale centrale lo spazio illusorio che accoglierà, adattandole ai comparti architettonici, le grandi scene evocate dal Giudizio Universale, Sulla parete di fondo, parzialmente coperta nel 1715 dall'altare barocco realizzato da Bernardino Cametti, il primo effetto del Giudizio: alla destra del sovrastante Cristo Giudice gli Eletti, alla sinistra i Dannati; al centro, sotto il finestrone, è stata ritrovata durante i recenti restauri la figura di un uomo che si morde la mano e vi si è voluto riconoscere Caino. Conseguentemente, sulle pareti opposte della campata contigua le due scene del Paradiso e dell'Inferno, dense di corpi aggrovigliati da un lato ed estatici dall'altro, sovrastati rispettivamente da angeli musicanti e da angeli armati, le cui diverse mansioni non sembrano intercambiabili. Sulla parete d'ingresso sono rappresentati gli eventi apocalittici della Fine del Mondo e sulle pareti contigue ciò che la precederà e la seguirà, cioè la Predicazione dell'Anticristo con le storie premonitrici e la Resurrezione della carne, dove gli scheletri si riappropriano dei nudi corpi giovanili, come stabilito da S. Agostino e S. Tommaso. La progressione logica delle scene - Anticristo, Finimondo, Resurrezione della carne, Giudizio, Eletti/Paradiso e Dannati/Inferno - è relativa rispetto alla composizione d'insieme così razionale e al tempo stesso così fantastica, così convincente eppure incredibile, forte rappresentazione realistica e pura finzione. Un viaggio nell' altro mondo che ci si può permettere soltanto da vivi, in questo mondo. L'unico modo corretto ,che si può consigliare al visitatore, per ammirare il capolavoro del Signorelli lo suggerisce lui stesso, ritratto in un angolo mentre guarda la sua opera. Se su quest' autoritratto del Signorelli non sussistono dubbi, già identificare la figura di ecclesiastico dipinta al suo fianco, che molti ritengono un ritratto ideale dell'Angelico, diventa problematico, anche se esistono buone probabilità per un'ipotesi meno emotiva (e meno ovvia) che farebbe pensare per quel secondo testimone del Giudizio ad un influente personaggio allora in vita come l'arcidiacono Antonio Albèri, il quale, oltre ad essere stato il più probabile suggeritore dei contenuti degli affreschi, era anche sufficientemente esibizionista, al punto da farsi ritrarre all'ombra del pittore. Ancor più difficile è riconoscere personaggi storici tra la folla di persone della scena accanto con la figura centrale dell' Anticristo, intorno al quale si sono voluti individuare Cesare Borgia (il Valentino), il Pinturicchio, un Monaldeschi, due Baglioni, tre Vitelli e ancora Pandolfo Petrucci, Cristo- foro Colombo, Pio II. Anche le testine già dipinte dal Gozzoli e dal Baroni negli esagoni lungo i costoloni delle volte sono ritratti destinati a rimanere anonimi. Meno inquietante, ma ugualmente arduo, è stabilire i significati di molte scene e ricollegarli ai testi o alle credenze che li ispirarono: si parla tra l'altro del De Civitate Dei di Agostino e della Legenda aurea di Jacopo da Varagine. Anche per la parte basamentale dipinta nella cappella al disotto del cornicione - che simbolizza il supporto della cultura classica alla base di ogni invenzione esiste il problema dell'identificazione degli Uomini illustri: eccettuato Dante - secondo ritratto sulla parete a sinistra entrando, con le quattro scene monocrome del suo Purgatorio intorno - ed Empedocle, l'unico rimasto visibile sulla parete d'ingresso, sulla cui identità si concorda quasi unanimamente, per tutti gli altri si può fornire al visitatore soltanto una rosa di nomi supposti da attribuire agli illustri... sconosciuti. Secondo i vari studiosi nei rimanenti sei ritratti ideali dipinti sulla zoccolatura si potrebbero riconoscere (in ordine alfabetico): Roberto Barbi, Cicerone, Claudiano, Esiodo, Giovanni Evangelista, Lucano, Nicolò d'Angelo, Omero, Orazio, Orfeo, Ovidio, Petrarca, Sallustio, Stazio, Tibullo e Virgilio. Nello zoccolo dipinto a grottesche come su arazzi di cuoio (dove si è vista la mano del giovane Girolamo Genga) trovano anche posto due piccole cappelle: quella dei Corpi Santi, con il Compianto sul Cristo morto (in cui si vuole che il Signorelli abbia ritratto il figlio prematuramente scomparso) con i martiri Faustino e Pietro Parenzo, e quella settecentesca della famiglia Gualterio. Sembra evidente che nel ciclo orvietano non è rappresentata soltanto una Fine del mondo avveniristica, ma piuttosto la fine di un mondo, quello medievale, che si faceva apparire per la prima volta in un remoto passato.
|