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Intorno all’anno mille, ma già fiorente nel XII secolo, nasceva ad Orvieto l’arte della ceramica. Arte dipendente a sua volta dal disegno e dalla pittura, quasi erede nell’evoluzione di forme eleganti appartenute al vasellame metallico longobardo e franco. Le ceramiche di tipo più primitivo sono coperte di smalti monocromatici e policromatici, decorate in verde (sali di rame), in bianco (ossidi di piombo), ed in nero violaceo o marrone scuro (manganese). Le ceramiche più evolute hanno il fondo bianco per uno strato di terra chiara sopra cui si fissa il nero o il violaceo ed il verde.
Nella seconda metà del XIV secolo torna lo smalto di biacca di piombo e con il verde e con il nero si comincia ad usare il turchino. Intanto si importa e forse si imita la vicina ceramica senese dai grossi smalti turchini rilevati a goccia sul fondo bianco. Così le forme da quelle imitanti il vasellame metallico passano a quelle rotondeggianti che ricordano anche nelle figurazioni il vasellame corinzio, mentre addolcite in eleganza ricordano i vasellami attici. I primi elementi decorativi sono: treccie, animali quali i pavoni raffigurati in adorazione di un fiore (poi pian piano stilizzati), figure intere di donna (regine), sirene, busti e teste umane, stemmi, imprese, lettere e diciture. Molto comuni sono le coppe o le tazze con l’Agnus Dei nel fondo. La ceramica a rilievo sembra fosse destinata al simbolismo funerario. I vascellai orvietani all’epoca erano molto numerosi e di condizione agiata, inoltre operavano in concomitanza con gli artisti che lavoravano alla costruzione del Duomo. Insieme con le altre arti costituite in Comune Popolare, ebbero il proprio sigillo impresso nella campana del popolo (1316). Dal 1906 i "butti" o immondezzai delle cucine dei palazzi e delle case hanno rivelato questa nostra ceramica medievale. La città di Orvieto possiede varie collezioni di prodotti ceramici che saranno visibili in un museo in fase di attuazione nel Palazzo Simoncelli in piazza del capitano del Popolo.
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